UE verso i “nature credits”: un nuovo modello per investire in biodiversità

UE verso i “nature credits”: un nuovo modello per investire in biodiversità

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Il 7 luglio 2025, la Commissione Europea ha presentato la Roadmap towards Nature Credits, un progetto strategico volto a coinvolgere capitali privati nel ripristino e nella tutela degli ecosistemi europei, in risposta a un divario di finanziamento per circa 37 miliardi di euro all’anno necessari per la biodiversità

L’iniziativa introduce un sistema di crediti certificati per attività “nature positive — come riforestazione, riqualificazione di paludi o agricoltura rigenerativa — che valorizza economicamente i gestori terrestri (agricoltori, foreste, comunità locali). Questi soggetti potranno vendere crediti a imprese o Stati interessati a supportare la tutela ambientale, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici 

Il documento definisce un approccio bottom-up. Entro settembre 2025 sarà avviata una consultazione pubblica; entro il 10 settembre si selezioneranno i membri di un gruppo di esperti composto da governi, scienziati, stakeholder locali. Entro il 2027 è previsto il lancio di piloti in paesi come Francia, Estonia e Perù, con l’obiettivo di testare metodologie di certificazione, governance e monitoraggio.

La roadmap è pensata per integrare – non sostituire – il finanziamento pubblico, cercando un modello di mercato affidabile per chi agisce a tutela della natura. Non si tratta di “commodificare” l’ambiente, ma di riconoscere e premiare azioni misurabili .

Implicazioni principali e criticità

Il sistema mira a mobilitare investimenti privati su una base volontaria, con crediti che dovranno essere certificati e trasparenti, per ridurre rischi di greenwashing e garantire credibilità. In Europa questa proposta è allineata agli obiettivi della Nature Restoration Law e della Biodiversity Strategy for 2030, senza gravare su nuovi fondi pubblici.
Questo modello però è visto con forte scetticismo da ONG come Friends of the Earth: secondo loro rischia di essere un “greenwashing shortcut” che favorisce i profitti aziendali anziché politiche ambientali strutturate .

Per le aziende e stakeholder ESG

Il piano europeo rappresenta una novità nel modo di tradurre la tutela ambientale in asset investibili: le imprese coinvolte dovranno confrontarsi con metodologie di certificazione, governance e tracciabilità, aprendo nuove opportunità nei mercati ESG. Tuttavia, la sfida rimane elevata: rendere il sistema affidabile richiederà regole stringenti, strutture indipendenti e supervisione pubblica chiara.

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