Sostenibilità, le imprese non frenano e chiedono ai governi chiedono regole stabili

Sostenibilità, le imprese non frenano e chiedono ai governi chiedono regole stabili

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Le pressioni economiche e geopolitiche degli ultimi mesi non hanno raffreddato l’impegno delle grandi imprese sulla sostenibilità. Al contrario: nonostante l’aumento dei costi legati agli effetti della crisi climatica, i vertici aziendali continuano a investire in resilienza e decarbonizzazione, ma temono che le politiche pubbliche, anziché sostenere questo sforzo, finiscano per ostacolarlo per mancanza di coordinamento e stabilità normativa. È la fotografia che emerge dal Business Breakthrough Barometer 2026, il rapporto del World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), il network che riunisce i vertici di oltre 200 aziende internazionali, realizzato coinvolgendo oltre 500 imprese leader a livello globale.

I numeri restituiscono un quadro netto: per il 92% dei business leader la sostenibilità rappresenterà un vantaggio competitivo nei prossimi cinque-dieci anni, e quasi nove aziende su dieci (89%) hanno mantenuto o aumentato gli investimenti nella transizione climatica nell’ultimo anno, nonostante tensioni internazionali, inflazione e incertezza regolatoria. Il 38% delle imprese ha addirittura rafforzato i propri target climatici nel 2025, il doppio rispetto all’anno precedente, mentre solo il 4% li ha ridimensionati. A guidare questi investimenti non è più soltanto la conformità normativa, citata dal 52% degli intervistati, ma sempre di più la gestione del rischio e la resilienza operativa (52%), le opportunità di crescita future (46%) e la pressione crescente della domanda dei clienti (35%): segno che diverse tecnologie chiave della transizione, dall’energia rinnovabile all’elettrificazione fino alla circolarità, stanno diventando convenienti anche sul piano puramente economico, oltre che ambientale.

Questo impegno, però, si scontra con un costo già presente, non solo futuro. Il 47% delle imprese ha registrato un aumento dei costi legati al clima nell’ultimo anno, dovuto principalmente agli effetti fisici degli eventi estremi, che si ripercuotono lungo l’intera catena del valore: interruzioni delle forniture (54%), danni alle infrastrutture, maggiore volatilità dei prezzi delle materie prime e premi assicurativi in aumento (38%). Il rischio climatico, insomma, è ormai un elemento concreto di gestione aziendale quotidiana, non più una minaccia relegata al lungo periodo.

È proprio questa pressione crescente a spiegare perché il concetto di transizione disordinata occupi un posto centrale nel report. Per il WBCSD, il termine non indica un rallentamento degli obiettivi climatici, ma uno scenario fatto di politiche incoerenti, investimenti bloccati, infrastrutture insufficienti e segnali di mercato contraddittori. Il dato più rilevante del Barometro è che il 68% dei leader aziendali considera oggi più probabile, rispetto a un anno fa, l’ipotesi di una transizione di questo tipo. La percezione del rischio è diffusa in modo quasi unanime: il 98% delle imprese la considera una minaccia per il proprio modello di business, il 40% la definisce un rischio significativo o critico, ma appena il 15% ritiene di avere strumenti sufficienti per gestirne gli effetti. È qui che si apre la distanza più critica dell’intero rapporto: quella tra la consapevolezza del rischio e la reale capacità di farvi fronte.

Su questo terreno, il messaggio che arriva dalle imprese alle istituzioni pubbliche ribalta una narrazione diffusa. In un momento in cui il dibattito politico è spesso concentrato sulla semplificazione normativa e sulla riduzione degli oneri regolatori, la maggioranza delle aziende intervistate chiede l’esatto opposto: non meno regole, ma regole più stabili e prevedibili. L’85% dei leader preferisce un rafforzamento delle politiche climatiche piuttosto che ulteriori rinvii, e solo il 4% ritiene preferibile posticipare l’azione normativa. Il 37% delle imprese si dichiara addirittura disposto ad accettare costi più elevati nel breve periodo, pur di ridurre i rischi futuri legati agli impatti climatici. Oltre la metà del panel (56%) indica la chiarezza delle politiche di transizione come fattore determinante nelle proprie decisioni di investimento: senza un quadro coordinato, avvertono le aziende, i rischi principali diventano instabilità delle catene di fornitura, volatilità dei costi energetici e rincari per i consumatori finali.

L’analisi settoriale del Barometro chiarisce che la sfida della transizione riguarda sempre meno la disponibilità delle tecnologie pulite, e sempre più la loro diffusione su scala industriale. Nell’energia, solare ed eolico rappresentano ormai il 90% della nuova capacità installata a livello globale, trainati soprattutto dalla Cina (62% delle nuove installazioni, contro il 12% dell’Europa e il 7% degli Stati Uniti), ma il vero collo di bottiglia non è più il costo delle rinnovabili: sono le reti elettriche, con quasi 3 TW di progetti in attesa di connessione nei soli Paesi sviluppati, mentre la domanda crescente di data center e intelligenza artificiale aggiunge ulteriore pressione. Anche l’elettrificazione dei trasporti procede a velocità diverse tra le grandi economie: nel 2025 i veicoli elettrici hanno raggiunto il 54% delle nuove immatricolazioni in Cina, contro il 31% in Europa e circa il 10% negli Stati Uniti, con l’incertezza sulle politiche industriali, tra rinvii del phase-out dei motori endotermici in Europa e modifiche agli incentivi statunitensi, che costringe molti costruttori a finanziare parallelamente motorizzazioni tradizionali ed elettriche. Più complessa resta la decarbonizzazione di acciaio e cemento, dove alcune tecnologie sono già mature (i forni elettrici nella siderurgia) mentre altre restano frenate dai costi, come l’idrogeno verde o la cattura e stoccaggio della CO2. Proprio l’idrogeno a basse emissioni mostra un rallentamento negli investimenti globali, scesi a 22,1 miliardi di dollari nel 2025, in calo dell’11% sul 2024 e oltre il 50% rispetto al 2023, ma il WBCSD lo legge non come un fallimento della tecnologia, quanto come una fase fisiologica di consolidamento del settore, in cui sopravvivono i progetti più solidi.

Il messaggio di fondo del rapporto è che il dibattito sulla sostenibilità d’impresa è entrato in una nuova fase. Se fino a poco tempo fa la sfida era dimostrare che la transizione climatica fosse compatibile con la crescita economica, oggi il nodo riguarda la capacità di trasformare gli investimenti già avviati in risultati concreti e scalabili: un problema non più tecnologico, ma di architettura economica e politica. Le imprese chiedono ai governi soprattutto tre cose: meccanismi di sostegno all’offerta (35%), attraverso incentivi capaci di ridurre il sovrapprezzo delle tecnologie ancora poco competitive; politiche di creazione della domanda (30%), tramite appalti pubblici verdi e requisiti di mercato per materiali a basse emissioni; e investimenti nelle infrastrutture (30%), in particolare reti elettriche, infrastrutture per l’idrogeno e reti dedicate al trasporto della CO2, insieme a una maggiore armonizzazione degli standard internazionali per ridurre la frammentazione normativa.

Il Business Breakthrough Barometer restituisce l’immagine di un settore privato che non intende arretrare rispetto agli obiettivi climatici, nonostante un contesto segnato da tensioni geopolitiche, volatilità normativa e impatti climatici sempre più frequenti. La sostenibilità, per queste imprese, ha ormai smesso di essere percepita come un costo da sostenere o un dovere reputazionale, per diventare una leva di competitività e creazione di valore nel lungo periodo. Proprio per questo, secondo il WBCSD, il rischio più concreto oggi non è che la transizione rallenti, ma che proceda in modo disordinato: evitarlo richiederà un’azione coordinata tra imprese, governi e istituzioni internazionali, capace di trasformare le tecnologie già disponibili in una trasformazione industriale realmente alla portata dei tempi che il clima impone.

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