Chi legge davvero le sezioni di sostenibilità inserite nei bilanci aziendali? Più persone di quante suggerisca la narrazione, oggi piuttosto diffusa, secondo cui la rendicontazione ESG sarebbe un mero adempimento formale, destinato a un interesse marginale soprattutto dopo il ridimensionamento delle politiche climatiche negli Stati Uniti. A ridimensionare questa tesi è uno studio pubblicato sulla rivista Accounting and Business Research da Lea Hagemeier e Maximilian A. Müller, dell’Università di Colonia, che affronta la questione non attraverso interviste o sondaggi, ma sulla base di dati comportamentali oggettivi: le statistiche di navigazione registrate sui report annuali pubblicati online.
La ricerca ha analizzato i report relativi all’esercizio 2024 di otto grandi aziende europee, documenti che hanno complessivamente totalizzato oltre 112mila visite e 412mila visualizzazioni di pagina. L’oggetto dell’indagine è la sezione dedicata alla sostenibilità, redatta in conformità alla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), il cui livello di interesse da parte dei lettori viene confrontato sistematicamente con quello riservato alle informazioni finanziarie tradizionali.
Il primo dato rilevante riguarda il peso stesso della sostenibilità all’interno dei documenti. Nei report analizzati, le sezioni ESG occupano in media il 45% dei contenuti, calcolato sul numero di pagine in formato PDF, contro il 42% delle sezioni finanziarie e il restante 13% riservato a contenuti generali, quali lettere agli azionisti e presentazioni istituzionali. A questa quota di spazio corrisponde un livello di attenzione sostanzialmente equivalente: le pagine sulla sostenibilità raccolgono il 38,1% delle visualizzazioni complessive, un dato in linea con il 37% registrato dalle sezioni finanziarie. In cinque degli otto report analizzati, la quota di visualizzazioni attribuita alla sostenibilità supera addirittura quella dei contenuti finanziari; nei restanti tre casi si osserva la tendenza opposta, con differenze in alcuni casi marcate. In nessuno degli otto documenti, tuttavia, le informazioni ESG scendono sotto il 21,5% delle visualizzazioni totali. Gli autori segnalano che le dimensioni contenute del campione non consentono di generalizzare i risultati all’intera platea di imprese soggette alla CSRD, ma sono sufficienti a confutare l’ipotesi che le informazioni ambientali, sociali e di governance restino confinate in una sezione scarsamente consultata del bilancio.
Un secondo elemento di rilievo riguarda l’intensità, più che la sola quantità, della consultazione. Una visita alle sezioni di sostenibilità dura in media due minuti e 58 secondi, contro i due minuti e 25 secondi delle pagine finanziarie: uno scarto di circa 34 secondi che l’analisi statistica considera significativo. Le pagine ESG registrano inoltre il numero più elevato di azioni compiute dagli utenti nel corso di una sessione di navigazione. Il maggior tempo di permanenza non sembra riconducibile a fattori strutturali quali lunghezza dei testi, leggibilità o presenza di tabelle e immagini, dimensioni sotto le quali le due sezioni risultano sostanzialmente comparabili: gli autori ipotizzano piuttosto che la spiegazione risieda nella natura più narrativa dei contenuti di sostenibilità e nella maggiore varietà tematica affrontata. Anche le modalità di accesso confermano un interesse specifico verso questi contenuti: tra gli utenti che accedono direttamente a una delle sezioni principali del report, il 42,7% entra dalla sostenibilità, contro il 29,6% che accede ai contenuti finanziari e il 27,7% alle informazioni generali, un dato che potrebbe riflettere l’incidenza di accessi provenienti da motori di ricerca o da ricerche mirate su temi specifici.
Guardando alla distribuzione dell’attenzione all’interno delle stesse sezioni ESG, lo studio evidenzia una concentrazione significativa sulle informazioni generali previste dagli ESRS, che raccolgono circa il 40% delle visite pur rappresentando soltanto il 21% dei contenuti complessivi, un dato che secondo gli autori riflette la funzione di queste pagine come punto di orientamento verso i temi di maggiore interesse specifico. Il cambiamento climatico si conferma il tema prevalente, con il 22% delle visite e il 25% del tempo di lettura complessivo a fronte di una quota di contenuti pari al 17%; nella dimensione sociale spiccano invece i dati relativi alla forza lavoro dell’azienda, che assorbono circa il 24% sia delle visite sia del tempo di consultazione. Risultano invece proporzionalmente meno consultate, rispetto allo spazio occupato, le pagine dedicate ai lavoratori della catena del valore e alle comunità coinvolte. In termini di tempo medio di permanenza, i lettori si trattengono oltre tre minuti sulle sezioni ambientali, circa due minuti e 50 secondi su quelle sociali, e meno di due minuti su quelle di governance, un’informazione che, secondo gli autori, può orientare le imprese nella progettazione di report più efficaci e navigabili.
L’ultimo aspetto approfondito dallo studio riguarda la composizione del pubblico che consulta questi documenti. Pur trattandosi di visite anonime, la combinazione di dati sulla provenienza geografica e le risposte a un questionario volontario, disponibile sui siti di quattro delle otto aziende analizzate, consente di delineare un profilo piuttosto netto. Le pagine finanziarie attraggono un pubblico prevalentemente internazionale, con il 29% dei visitatori proveniente da altri Paesi europei e il 37% da Paesi extraeuropei; le pagine di sostenibilità, al contrario, risultano consultate soprattutto da utenti residenti nello stesso Paese in cui ha sede l’azienda, pari al 40,6% del totale. Cambia anche la natura degli utenti: se nelle sezioni finanziarie oltre un lettore su tre è un investitore (37,8%), nelle sezioni di sostenibilità questa quota scende al 18,3%, a favore di un pubblico decisamente più eterogeneo, composto per il 32,6% da dipendenti e per il 18,1% da professionisti della sostenibilità, ma che include anche partner commerciali, candidati, studenti, media e organizzazioni non governative. Un dato che risulta coerente con uno degli obiettivi dichiarati della CSRD: fornire informazioni rilevanti non solo agli investitori, ma a una pluralità di portatori di interesse.
Nel complesso, lo studio offre un contributo empirico rilevante al dibattito sull’efficacia della rendicontazione di sostenibilità, mostrando come, almeno nel campione analizzato, l’investimento normativo e organizzativo richiesto dalla CSRD trovi riscontro in un interesse concreto e misurabile da parte dei lettori, distribuito su una platea di stakeholder più ampia rispetto a quella tradizionalmente associata ai bilanci finanziari.