Net Zero Company Benchmark 2026: Climate Action 100+ punta a valutazioni più snelle

Net Zero Company Benchmark 2026: Climate Action 100+ punta a valutazioni più snelle

Date

Uno degli strumenti più osservati dagli investitori globali per misurare la credibilità climatica delle grandi aziende quotate cambia volto. Climate Action 100+ ha aggiornato il proprio Net Zero Company Benchmark Framework per il 2026, intervenendo su uno dei principali punti di riferimento utilizzati dagli investitori per valutare quanto le società siano davvero allineate agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’ambizione generale del benchmark resta invariata, ma la revisione metodologica introduce cambiamenti significativi, con l’obiettivo dichiarato di semplificare le valutazioni, ridurre le duplicazioni tra i diversi provider di ricerca e rendere gli indicatori più utili per le decisioni finanziarie concrete. Le nuove valutazioni saranno pubblicate a ottobre 2026.

Per comprendere la portata dell’aggiornamento conviene ricordare cos’è, in concreto, questo benchmark. Creato nel 2021, il Net Zero Company Benchmark misura la performance climatica delle aziende responsabili di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra, diventando negli anni uno degli strumenti di riferimento per gli investitori istituzionali impegnati nella valutazione del rischio climatico e dei piani di transizione industriale. Il framework analizza le società su tre grandi aree: riduzione delle emissioni, governance climatica, disclosure e implementazione dei piani di transizione net zero. Tra gli elementi presi in esame figurano gli impegni net zero al 2050, i target di riduzione a breve, medio e lungo termine, la qualità delle attività di lobbying climatico e l’allineamento della capital allocation agli scenari compatibili con Parigi, con un’attenzione particolare riservata alle emissioni Scope 3, cruciali in settori come oil & gas, utility, automotive e trasporti, dove gran parte dell’impronta di carbonio deriva dall’uso finale dei prodotti venduti più che dalle attività operative dirette.

Per gli investitori il benchmark è diventato uno strumento chiave di orientamento: permette di confrontare le performance aziendali rispetto agli standard di settore, definire le priorità di engagement e le decisioni di voto, e monitorare i progressi nel tempo attraverso analisi trasparenti. Per le imprese, invece, funziona anche come leva di pressione reputazionale e finanziaria: le società monitorate sono osservate da investitori che gestiscono complessivamente migliaia di miliardi di dollari di asset, e una valutazione negativa può incidere direttamente su engagement, politiche di voto e percezione del rischio di transizione da parte del mercato.

La novità più rilevante dell’aggiornamento 2026 riguarda la redistribuzione delle responsabilità tra i research provider. La World Benchmarking Alliance entra come nuovo partner per la valutazione della governance climatica e delle emissioni assolute, un compito finora affidato al TPI Centre, mentre InfluenceMap assumerà il controllo esclusivo di tutte le metriche sul climate lobbying, superando la precedente suddivisione tra più soggetti. L’obiettivo dichiarato è ridurre la frammentazione del sistema di valutazione dei transition plan aziendali e uniformare l’analisi delle attività di advocacy delle imprese.

Sul piano dei contenuti, la governance climatica assume un ruolo ancora più centrale nel nuovo framework: le valutazioni verificheranno se i board dispongano di comitati o funzioni dedicate all’attuazione dei piani di transizione, se la performance climatica sia effettivamente integrata nella remunerazione dei dirigenti e se le aziende possiedano competenze adeguate a gestire rischi e opportunità legati al clima. Cambia in modo sostanziale anche il criterio di valutazione delle emissioni assolute: il benchmark non si limiterà più a verificare se le emissioni stiano diminuendo, ma analizzerà se la traiettoria di riduzione sia realmente compatibile con un percorso allineato a 1,5°C.

Il framework 2026 introduce inoltre una razionalizzazione degli indicatori, eliminando alcuni sub-indicatori e metriche ritenute meno rilevanti per gli investitori: il sub-indicatore 3.4 sui target di medio termine, alcune metriche sulle tecnologie di abbattimento delle emissioni, diversi indicatori specifici sul settore oil & gas relativi ai piani upstream e alle ipotesi sui prezzi del petrolio, e l’indicatore autonomo sulle climate-related disclosures. Su quest’ultimo punto, l’organizzazione spiega che i requisiti di trasparenza climatica sono ormai sempre più incorporati nelle normative internazionali e nei framework regolatori, soprattutto in Europa, riducendo la necessità di mantenerli come componente separata del benchmark.

Un ultimo elemento di rilievo riguarda la revisione dell’indicatore sulla strategia di decarbonizzazione, che ora distingue in modo più granulare tra le strategie relative alle emissioni Scope 1 e 2 e quelle dedicate allo Scope 3. Un affinamento non secondario, considerato che proprio lo Scope 3 resta il nodo più delicato del benchmark nei settori energy, automotive, utility e trasporti, dove le emissioni indirette lungo la catena del valore rappresentano la quota predominante dell’impatto climatico complessivo.

Nel complesso, l’aggiornamento 2026 segnala una fase in cui il mercato ESG sposta progressivamente il proprio baricentro: meno enfasi sulla quantità delle disclosure, più attenzione su governance, allocazione del capitale e riduzione reale delle emissioni. Una transizione, insomma, dalla misurazione degli impegni dichiarati alla verifica di come questi impegni si traducano davvero in azioni coerenti con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Altri
contenuti