Milano, dopo un figlio a lasciare il lavoro sono soprattutto le madri: il 76% delle dimissioni riguarda le donne

Milano, dopo un figlio a lasciare il lavoro sono soprattutto le madri: il 76% delle dimissioni riguarda le donne

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A Milano, nel 2025, quasi diecimila genitori hanno lasciato il proprio lavoro nei primi tre anni di vita di un figlio. Un numero già di per sé consistente, che pesa per oltre il 15% di tutte le dimissioni di neogenitori registrate in Italia. Ma è quando si guarda a chi ci sta dietro che il dato smette di essere una semplice statistica sul lavoro e diventa una fotografia impietosa del gender gap italiano.

Su 9.212 dimissioni volontarie convalidate dall’Ispettorato territoriale del lavoro nella Città metropolitana di Milano, 7.042 sono di donne e appena 2.170 di uomini. Le madri, in altre parole, rappresentano il 76% di chi rinuncia al proprio impiego dopo la nascita di un figlio. Un genitore su quattro che lascia il lavoro è un uomo; tre su quattro sono donne.

A pesare, per le madri, non è quasi mai una scelta libera. Il 40,7% indica come motivo principale l’assenza di servizi adeguati, primi fra tutti asili nido e supporto alla genitorialità; un altro 33,7% parla apertamente di impossibilità di conciliare lavoro e vita familiare. Sommando le due voci, più di sette dimissioni su dieci tra le donne nascono da un vuoto strutturale del sistema, non da una preferenza personale.

Per gli uomini la storia è un’altra. Nel 64,9% dei casi i padri lasciano il lavoro perché ne hanno trovato uno migliore altrove: è un salto di carriera, non una rinuncia. L’assenza di servizi incide solo per il 9,8%, la difficoltà di conciliazione per l’11,8%. Stesso evento di partenza, la nascita di un figlio, ma due epiloghi completamente diversi: lui cambia azienda, lei esce dal mercato del lavoro.

La Consigliera di Parità della Città metropolitana di Milano, Barbara Peres, legge in questi numeri la conferma di un problema che l’Italia fatica a risolvere da anni: il lavoro di cura continua a ricadere quasi interamente sulle donne, con conseguenze dirette e misurabili sulle loro carriere. Peres richiama anche un nodo spesso ignorato nel dibattito pubblico: la diversa durata dei congedi obbligatori tra madri e padri. Finché il tempo di cura resterà, per legge, quasi tutto sulle spalle delle donne, difficilmente le aziende smetteranno di considerarle “a rischio uscita” al primo figlio, e difficilmente gli uomini saranno messi nelle condizioni di condividere davvero quel carico.

Il dato milanese non è un’anomalia locale, ma la punta di un fenomeno nazionale già documentato: in Italia la maternità resta una delle principali cause di abbandono del lavoro femminile, e il divario occupazionale tra uomini e donne è tra i più ampi d’Europa. Non è soltanto una questione di equità. È un problema che riguarda la tenuta stessa del sistema Paese: se avere un figlio continua a significare, per troppe donne, scegliere tra la famiglia e la propria carriera, il costo lo paga l’intera economia, non solo chi firma le dimissioni.

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