Ad aprile 2025, LEGO ha inaugurato in Vietnam il suo nuovo impianto da 1 miliardo di dollari, definito “il più sostenibile di sempre”. Un investimento imponente che solleva interrogativi interessanti su come le multinazionali stiano interpretando la transizione energetica, e quanto questa sia realmente integrata nei loro modelli di business.
La fabbrica di Binh Duong sarà alimentata al 100% da energia rinnovabile entro il 2026, grazie all’installazione di 12.400 pannelli solari e alla creazione del primo sistema di accumulo a batterie di questa portata in Vietnam. L’impianto, grande quanto 62 campi da calcio, genererà oltre 4.000 posti di lavoro e aumenterà la capacità produttiva del gruppo nel mercato asiatico.
La scelta del Vietnam non è casuale. Si tratta di una strategia che segue logiche di prossimità ai mercati emergenti, riduzione delle emissioni logistiche e ottimizzazione operativa. Un approccio coerente con l’obiettivo del gruppo di azzerare le emissioni nette entro il 2050, come indicato nel loro impegno ambientale ufficiale.
Tra le novità introdotte nello stabilimento, anche l’utilizzo di sacchetti di carta al posto di quelli in plastica monouso: un cambiamento apparentemente marginale, ma significativo nel segnalare un’attenzione crescente a ogni dettaglio della filiera.
Resta tuttavia un punto irrisolto: come conciliare un modello produttivo basato su materiali non biodegradabili con obiettivi ambiziosi di sostenibilità ambientale?
Il caso LEGO riflette una contraddizione tipica della transizione attuale: migliorare l’efficienza energetica non significa automaticamente risolvere l’impatto ambientale complessivo, specie quando la materia prima come la plastica resta invariata. Come osservato anche nel report GreenItaly 2024, la sostenibilità non può essere limitata alle fonti energetiche, ma deve coinvolgere tutta la catena del valore, dalla produzione al fine vita del prodotto.
LEGO viene citata da analisti locali e media internazionali come modello di “fabbrica verde” per l’industria pesante. Ma questa visione tende a ignorare le sfide più profonde legate alla circolarità dei materiali e alla durabilità ambientale dei prodotti.