Il riscaldamento globale è destinato a superare la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, il limite più ambizioso fissato dall’Accordo di Parigi del 2015, e ciò avverrà con ogni probabilità già nei prossimi anni: anche nello scenario più ottimistico, in cui tutti i piani nazionali sul clima venissero attuati integralmente, l’aumento della temperatura raggiungerebbe comunque 1,8°C, mentre negli altri scenari i picchi previsti risultano ancora più elevati, fino a superare i 2°C. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Limiting Overshoot – Navigating Exceedance of 1.5°C and Pathways Towards Return”, pubblicato il 2 settembre 2026 dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) a dieci anni esatti dalla firma dell’Accordo, quando quasi 200 Paesi si impegnarono a contenere l’aumento delle temperature entro quella soglia considerata la linea di sicurezza climatica, scientifica e morale del pianeta. Il documento sposta l’attenzione da una domanda che ha dominato il dibattito pubblico per anni, se il mondo potesse restare sotto 1,5°C, a una questione più operativa: come gestire il superamento della soglia, definito overshoot, ovvero il periodo di eccedenza temporanea seguito da un picco di temperatura e da una successiva discesa, resa possibile dalla combinazione di riduzione delle emissioni e rimozione della CO2 dall’atmosfera. Gli autori sottolineano come tale superamento non debba essere interpretato quale esito irreversibile, ma come una fase dinamica ancora contenibile sia nella sua intensità sia nella sua durata, a condizione di un’azione tempestiva: la piena attuazione degli impegni nazionali attualmente sul tavolo (NDC) ridurrebbe le emissioni globali di appena il 15% entro il 2035, una percentuale ben inferiore al taglio del 35-55% necessario per centrare rispettivamente gli obiettivi di 2°C e 1,5°C, mentre uno scenario di azione rapida avviato dal 2025 dimostrerebbe che contenere il superamento a circa 0,3°C e tornare sotto 1,5°C entro la fine del secolo resta tecnicamente possibile, purché le emissioni scendano del 26% entro il 2030 e del 46% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019. Il percorso delineato dall’UNEP si articola in tre fasi progressive: una riduzione immediata e profonda delle emissioni di CO2, metano e altri inquinanti climatici a vita breve; una decarbonizzazione sostenuta fino al raggiungimento del net zero nella fase di picco delle temperature; e, nel lungo periodo, emissioni nette negative accompagnate da investimenti continuativi in adattamento e resilienza, con il net zero che assume così il ruolo di tappa intermedia piuttosto che di traguardo conclusivo della politica climatica, mentre la rimozione del carbonio viene indicata come strumento necessario ma non sostitutivo rispetto a tagli immediati e sostanziali delle emissioni. Il rapporto quantifica inoltre la portata dei rischi fisici connessi a un maggiore superamento della soglia, stimando che i ghiacciai potrebbero perdere fino a un quarto della propria massa entro il 2100, con un conseguente innalzamento del livello del mare compreso tra 9 e 12,5 centimetri, e ribadisce un principio guida: quanto più contenuto sarà il picco di riscaldamento raggiunto e quanto più breve la durata del superamento, tanto minori risulteranno i rischi per persone, economie ed ecosistemi, in una prospettiva che richiede volontà politica, multilateralismo efficace, governance inclusiva e adeguato accesso alla finanza climatica, secondo un principio di equità per cui i Paesi con maggiore responsabilità storica nel cambiamento climatico dovrebbero agire con la maggiore rapidità e ambizione. Sul piano istituzionale, la direttrice esecutiva dell’UNEP Inger Andersen ha dichiarato che “non ci saranno risultati positivi se rimarremo al di sopra di 1,5°C”, pur ribadendo che l’obiettivo resta valido e va affrontato “in modo diverso”; sulla stessa linea il Segretario generale dell’ONU António Guterres, secondo cui riportare il riscaldamento sotto 1,5°C entro la fine del secolo resta un obiettivo raggiungibile. Tra le reazioni delle organizzazioni ambientaliste, il WWF ha definito il limite di 1,5°C “il limite di sicurezza legale, morale e scientifico per il mondo”, sottolineando che il suo superamento, anche temporaneo, rappresenterebbe un fallimento nel rispetto degli impegni assunti e non un motivo per ridimensionare l’ambizione climatica, mentre Greenpeace ha invitato i governi ad accelerare la transizione energetica e a riconoscere le responsabilità del settore petrolifero e del gas nell’aggravamento della crisi climatica in corso.