Il Consiglio UE dà il via libera a 121 milioni di quote gratuite aggiuntive per l’industria pesante

Il Consiglio UE dà il via libera a 121 milioni di quote gratuite aggiuntive per l’industria pesante

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Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato, il 16 settembre, la propria posizione negoziale su una proposta della Commissione europea che prevede l’assegnazione di 121 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive a favore dell’industria energivora nel periodo 2026-2030. La misura interviene sui cosiddetti fall-back benchmark dell’EU ETS, i parametri tecnici che determinano l’allocazione delle quote gratuite agli impianti industriali quando mancano dati sufficientemente aggiornati sulle prestazioni di riferimento del settore.

Il pacchetto approvato combina due componenti: circa 88 milioni di quote destinate alla nuova assegnazione gratuita, calcolate sulla base della produzione di calore e del consumo di combustibili delle imprese, e ulteriori 33 milioniprovenienti da quote rimaste in precedenza non assegnate, perché alcuni impianti non soddisfacevano i requisiti previsti dal sistema. Il risultato finale è una dotazione complessiva superiore a quella originariamente proposta dalla Commissione europea, un dettaglio non secondario che segnala come gli Stati membri abbiano scelto di ampliare, e non solo confermare, il sostegno inizialmente previsto.

Secondo le stime di Reuters, l’assegnazione aggiuntiva potrebbe consentire alle imprese beneficiarie un risparmio complessivo di circa 8,25 miliardi di euro in costi legati alle emissioni di CO2. Tra i settori destinati a beneficiarne maggiormente figurano i produttori chimici, le aziende della lavorazione dei metalli e i produttori di ceramica e vetro, comparti storicamente più esposti al cosiddetto rischio di carbon leakage, ovvero la delocalizzazione della produzione verso Paesi extra-UE con vincoli climatici meno stringenti.

La decisione arriva in un momento di pressione politica crescente sui decisori europei, chiamati a proteggere le industrie a maggiore intensità energetica da costi operativi elevati e da una concorrenza internazionale spesso priva di vincoli equivalenti sul fronte delle emissioni. Il meccanismo dell’ETS impone alle industrie pesanti di acquistare quote per le proprie emissioni di CO2, creando un incentivo economico alla riduzione degli inquinanti; al tempo stesso, però, il sistema prevede da sempre un regime di assegnazione gratuita per alcuni settori, proprio per attenuare gli effetti sulla competitività nella fase di transizione.

Il testo approvato dal Consiglio rappresenta comunque una tappa intermedia: le regole definitive sui fall-back benchmark dovranno ora essere negoziate con il Parlamento europeo, in un percorso che i decisori europei stanno cercando di accelerare per raggiungere un accordo entro la fine del 2026. Il negoziato determinerà l’entità definitiva della protezione riconosciuta all’industria e il modo in cui questa misura si inserirà nell’architettura più ampia del mercato del carbonio europeo. La questione si intreccia peraltro con un dibattito parallelo, e più ampio, sulla riforma complessiva dell’ETS, per cui l’Unione punta a un accordo nel 2027: secondo alcune bozze in discussione al Parlamento europeo, gli Stati membri potrebbero essere tenuti a destinare il 75% dei proventi derivanti dalla vendita delle quote alla transizione verde dei settori coperti dal sistema, ben oltre il 50% inizialmente proposto dalla Commissione, mentre la traiettoria di riduzione delle quote disponibili potrebbe procedere più lentamente nella prima fase (3,4% l’anno dal 2031, anziché il 3,7% proposto da Bruxelles) per poi accelerare nella seconda metà del decennio.

Una riflessione

C’è una tensione di fondo che questa vicenda mette a nudo con particolare chiarezza, ed è quella tra due obiettivi che l’Europa continua a inseguire contemporaneamente senza aver ancora trovato un punto di equilibrio stabile: decarbonizzare l’industria e, allo stesso tempo, non perderla. L‘ETS nasce come strumento di prezzo del carbonio proprio per rendere costoso inquinare, spingendo le imprese a investire nella riduzione delle proprie emissioni. Ogni volta che si amplia la platea delle quote gratuite, però, si indebolisce, almeno in parte, proprio quel segnale di prezzo che dovrebbe orientare gli investimenti verso la decarbonizzazione.

Non si tratta di una scelta priva di logica: il timore della delocalizzazione industriale è concreto, e proteggere temporaneamente i settori più esposti alla concorrenza internazionale, in un momento di costi energetici elevati e tensioni geopolitiche persistenti, risponde a un’esigenza politica ed economica reale. Il rischio, però, è che misure pensate come temporanee finiscano per consolidarsi in una logica diversa, quella di un sostegno strutturale che rinvia, anziché accompagnare, la transizione dei settori più energivori. Il fatto che il Consiglio abbia scelto di ampliare, e non solo confermare, la proposta della Commissione è un segnale che va in questa direzione, e merita attenzione proprio mentre si apre il negoziato più ampio sulla riforma dell’ETS: sarà lì, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, che si capirà se l’Unione europea riuscirà davvero a tenere insieme competitività industriale e credibilità climatica, o se dovrà scegliere quale delle due sacrificare, almeno in parte, all’altra.

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