Secondo La Mia Finanza, il mercato globale delle certificazioni di sostenibilità ESG sta vivendo un vero e proprio boom: i ricavi,sono destinati a superare i 4,25 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita medio annuo del 10,6% .
La pressione normativa, crescente soprattutto in Europa, spinge le imprese a dotarsi di strumenti riconosciuti per attestare concretamente il proprio impegno ambientale, sociale e di governance, un requisito funzionale per accedere a mercati internazionali, finanziamenti e filiere certificate.
Il settore trainante è rappresentato da aziende energivore, manifatturiere o ad alto impatto ambientale, che stanno adottando protocolli come ISO 14001, EMAS, SA8000, B Corp, GRI o SFDR, spesso in sinergia tra loro, per ottenere certificazioni sulla riduzione delle emissioni, l’efficienza energetica e il benessere organizzativo. Queste certificazioni non agiscono solo come bollini, ma possono sbloccare bandi pubblici dedicati, aprire a mercati esteri e condurre a condizioni finanziarie più vantaggiose.
Sul fronte dell’offerta per queste aziende, sta nascendo una galassia di attori specializzati: enti di certificazione accreditati, società di consulenza ESG e piattaforme digitali per la raccolta e validazione dei dati. Si moltiplicano i percorsi di audit, formazione e verifiche esterne, che rendono il processo certificativo sempre più strutturato e professionale.
Il rischio maggiore, tuttavia, resta la frammentazione. In assenza di uno standard unificato, le imprese devono districarsi tra requisiti, metriche e costi differenti. Per evitare sprechi organizzativi, è fondamentale selezionare con cura la certificazione, valutandone la coerenza con il proprio settore, la riconoscibilità nel mercato di riferimento e l’utilità nel dialogo con investitori e interlocutori istituzionali.