Il secondo anno di applicazione della CSRD in Italia restituisce un quadro a due velocità. Da un lato la sostenibilità si consolida stabilmente all’interno dei meccanismi di governo d’impresa, con comitati dedicati, sistemi di controllo interno e incentivi manageriali sempre più diffusi. Dall’altro, proprio sul fronte più urgente, quello climatico, la maggioranza delle imprese italiane non dispone ancora di un piano di transizione formalizzato. È quanto emerge dalla Survey 2026 di KPMG, condotta su 160 società italiane che hanno pubblicato la rendicontazione di sostenibilità relativa all’esercizio 2025 secondo gli ESRS, un campione composto da 124 quotate e 36 altri enti di interesse pubblico che, nel loro insieme, rappresentano circa 1,76 milioni di dipendenti e quasi 2.000 miliardi di euro di ricavi.
Il contesto in cui si inserisce questa seconda rilevazione non è statico. Il percorso di semplificazione avviato con il pacchetto Omnibus e la revisione degli ESRS punta a ridurre gli oneri di rendicontazione senza intaccare i principi cardine della normativa, a partire dalla doppia materialità, che resta centrale, mentre la logica della checklist informativa lascia progressivamente spazio a un approccio di “fair presentation”. Anche la Tassonomia europea si alleggerisce, con una riduzione del 64% dei datapoint richiesti nei template di rendicontazione. Le imprese italiane, nel frattempo, hanno già iniziato ad anticipare alcune di queste semplificazioni: 28 società utilizzano un executive summary nella propria rendicontazione e quasi la metà del campione (49%) sposta parte delle informazioni tecniche in allegato. Ciò nonostante, la lunghezza media dei report resta sostanzialmente invariata, 147 pagine nel 2025 contro le 151 dell’anno precedente, a conferma che una riduzione degli obblighi informativi non si traduce automaticamente in documenti più snelli, quanto piuttosto in una diversa organizzazione dei contenuti.
Sul fronte della governance, i dati indicano un’evoluzione sostanziale. Su 160 aziende analizzate, 145 dispongono ormai di un comitato dedicato a sostenibilità o rischi ESG, in crescita del 9% rispetto all’anno precedente, e in 133 casi si tratta di comitati endoconsiliari, quindi affrontati direttamente a livello di consiglio di amministrazione. Si rafforza anche il collegamento tra performance ESG e remunerazione: 134 imprese integrano obiettivi di sostenibilità negli incentivi di breve periodo del management (+20%) e 103 li estendono anche ai piani di lungo termine (+14%). A ciò si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: 140 aziende dichiarano di disporre di un sistema di controllo interno dedicato specificamente all’informativa di sostenibilità, mentre 122 imprese hanno coinvolto stakeholder esterni nell’analisi di doppia materialità, con il consiglio di amministrazione che approva direttamente il processo nel 74% dei casi.
L’analisi di doppia materialità mostra inoltre un segnale di maturazione metodologica: il numero medio di impatti, rischi e opportunità (IRO) rendicontati scende a 47, il 4% in meno rispetto al 2024, con il valore massimo che passa da 240 a 213. Una contrazione che, secondo KPMG, non equivale a una minore trasparenza, ma riflette una maggiore capacità delle imprese di individuare ciò che risulta effettivamente rilevante. Dal punto di vista tematico prevalgono nettamente gli aspetti sociali, che rappresentano il 50% degli IRO complessivi, seguiti da quelli ambientali (35%), dalla governance (13%) e da elementi entity specific (2%), mentre temi climatici, forza lavoro propria e governance risultano materiali per la totalità del campione, indipendentemente dal settore di appartenenza. Resta tuttavia un’impostazione orientata prevalentemente alla gestione del rischio piuttosto che all’individuazione di opportunità: gli impatti negativi rappresentano il 31% degli IRO identificati, i rischi il 29%, gli impatti positivi il 26%, mentre le opportunità si fermano al 14%, in lieve calo rispetto all’anno precedente.
Un segnale di progresso emerge dal collegamento tra sostenibilità e decisioni di investimento: sono 108 le imprese che oggi rendicontano le risorse finanziarie, sotto forma di CapEx o OpEx, destinate ad azioni di sostenibilità, con un incremento del 37% rispetto al 2024. Per KPMG si tratta di uno dei cambiamenti più significativi osservati nel secondo anno di applicazione della CSRD, poiché segna il passaggio del reporting da mero esercizio di trasparenza a strumento capace di orientare concretamente le decisioni di allocazione del capitale.
È sul terreno della pianificazione climatica, tuttavia, che il quadro presenta le maggiori criticità. Ben 121 imprese, pari a circa tre quarti del campione, dichiarano di non disporre ancora di un piano di transizione formalizzato conforme agli ESRS. Soltanto 39 aziende presentano un piano coerente con gli standard europei, appena 32 dichiarano anche un obiettivo Net Zero, e solo 15 possono contare su target validati dalla Science Based Targets initiative (SBTi). Il numero si riduce ulteriormente, a 4 sole imprese, quando si considerano i piani pienamente allineati all’Accordo di Parigi. Le motivazioni di questo ritardo risultano diverse: in 61 casi le aziende dichiarano di avere previsto un piano ma di averne rinviato la formalizzazione, mentre altre lo stanno ancora sviluppando o attendono ulteriori chiarimenti normativi prima di completarlo. Il quadro risulta lievemente più favorevole se si considerano i soli target di riduzione delle emissioni: 105 imprese hanno già fissato obiettivi su Scope 1 e 2, e 72 li hanno estesi anche allo Scope 3, la componente più complessa in quanto riguarda l’intera catena del valore, agendo su leve quali efficienza energetica, approvvigionamento di energia rinnovabile, coinvolgimento dei fornitori e criteri ESG negli acquisti.
Ancora più contenuto risulta l’avanzamento sul tema della biodiversità: 62 imprese la considerano un aspetto rilevante nella propria analisi di doppia materialità, ma soltanto 9 dispongono di un piano di transizione dedicato. Nella maggior parte dei casi si tratta di iniziative ancora in fase di valutazione, a conferma che questo rappresenta uno degli ambiti meno maturi dell’intero impianto di rendicontazione italiano.
Oltre agli obblighi previsti dalla CSRD, la survey registra anche una crescita del reporting volontario: nel 2025 sono 46 le aziende che affiancano alla rendicontazione obbligatoria ulteriori documenti, contro le 33 dell’anno precedente, tredici delle quali ne pubblicano più di uno, tra report climatici, documenti sui diritti umani, report di impatto ed executive summary dedicati. Un segnale, secondo KPMG, che la domanda di trasparenza da parte di investitori e stakeholder resta elevata anche laddove la rendicontazione obbligatoria è già in vigore.
Guardando ai prossimi sviluppi normativi, l’attenzione si sposta sulla CSDDD, la direttiva sulla due diligence di sostenibilità destinata a rappresentare il prossimo banco di prova per le grandi imprese europee. Anche in questo caso il percorso risulta ancora agli inizi: soltanto 23 aziende citano esplicitamente la direttiva nella propria rendicontazione, 49dispongono di una politica dedicata ai diritti umani, e appena 40 utilizzano strumenti strutturati per valutare gli impatti potenziali lungo la catena del valore.
Nel complesso, la rilevazione condotta da KPMG restituisce l’immagine di un sistema che ha ormai superato la fase del mero adempimento normativo, integrando progressivamente la sostenibilità nei meccanismi di governance, pianificazione e controllo interno. Permangono tuttavia significative criticità proprio sui fronti più rilevanti in termini di credibilità: piani di transizione climatica solidi, strategie strutturate sulla biodiversità e una preparazione ancora limitata rispetto agli obblighi di due diligence in arrivo. La sfida principale della CSRD, in questa fase, non riguarda più la quantità di informazioni pubblicate, quanto piuttosto la capacità delle imprese di tradurre tali dati in decisioni strategiche concrete, in vista del successivo ciclo normativo chiamato a valutarne la reale credibilità.