C’è un divario che il nuovo report di KPMG, intitolato Closing the Sustainability Valuation Gap, mette a fuoco con chiarezza: quello tra quanto le aziende dichiarano di aver capito della sostenibilità e quanto riescono davvero a tradurla in numeri capaci di orientare le decisioni economiche. Per lo studio sono stati intervistati oltre 2.000 dirigenti di alto livello, di aziende con un fatturato annuo di almeno 100 milioni di dollari, operanti in 19 Paesi e in una vasta gamma di settori.
Il primo dato racconta un mercato ormai maturo sul piano della consapevolezza: il 72% dei dirigenti dichiara di possedere una conoscenza approfondita o comunque una buona familiarità con gli aspetti chiave della strategia di sostenibilità della propria organizzazione. Il 60% delle aziende, inoltre, afferma di tenere già conto dei rischi e delle opportunità legati alla sostenibilità nella pianificazione finanziaria. Fin qui, un quadro che sembrerebbe indicare un settore arrivato a un buon livello di maturità.
Il problema emerge quando si scende un gradino più in basso, dalla strategia alla misurazione. Solo il 19% degli intervistati dichiara di utilizzare oggi metodologie realmente solide per quantificare l’impatto finanziario della sostenibilità sulla creazione di valore e sulle performance future. Tra la consapevolezza dei temi ESG e la capacità di metterli a numero, insomma, resta una distanza enorme: la maggior parte delle organizzazioni continua a gestire gli obiettivi di sostenibilità come un binario separato rispetto alle analisi economico-finanziarie che orientano davvero le decisioni del management.
Le conseguenze di questo scollamento non sono astratte. Senza una misurazione solida, molti progetti di sostenibilità rischiano di essere percepiti e valutati semplicemente come un costo o un adempimento normativo, senza che l’azienda riesca a dimostrarne il contributo reale alla creazione di valore. Un limite che, secondo KPMG, espone le imprese al rischio concreto di valutare in modo scorretto costi e opportunità legati alla sostenibilità proprio nei momenti in cui contano di più: le decisioni di investimento e i processi decisionali strategici.
Guardando ai settori, emergono differenze significative. Le aziende del comparto bancario e dei mercati dei capitalirisultano le più avanzate nell’utilizzo di tecniche di valutazione robuste per quantificare l’impatto finanziario della sostenibilità, con una quota del 33%. Seguono a breve distanza il settore dell’energia e delle risorse naturali e quello automotive, entrambi al 31%. Non sorprende che siano proprio i comparti più esposti, per natura del business, ai rischi di transizione e ai costi energetici a essersi mossi per primi nel dotarsi di strumenti di misurazione più maturi.