Emissioni importate, il punto cieco delle politiche climatiche europee

Emissioni importate, il punto cieco delle politiche climatiche europee

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Un’economia globalizzata implica, per definizione, che gran parte dei beni consumati in un Paese venga prodotta altrove. Ciò che questa dinamica rende meno visibile sono le sue implicazioni sul piano climatico. Nel 2023, circa il 35% dell’impronta climatica complessiva dell’Unione europea è stato generato al di fuori dei propri confini, sotto forma delle cosiddette emissioni incorporate, ovvero i gas serra rilasciati in altri Paesi per realizzare beni e servizi destinati al consumo europeo, dalla componentistica elettronica alla lavorazione dei metalli. Sono le stesse emissioni che, pur dipendendo interamente dalla domanda europea, i sistemi di contabilità climatica attribuiscono convenzionalmente allo Stato in cui vengono materialmente prodotte, non a quello in cui i beni vengono effettivamente consumati.

Per colmare questa lacuna informativa, la European Climate Foundation (ECF) e la società di consulenza Matièrehanno sviluppato il Traded Emissions Tracker, una piattaforma che ricostruisce le emissioni legate al commercio internazionale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2023. I dati diffusi a inizio settembre, insieme a un successivo policy brief pubblicato dall’Institute for European Environmental Policy (IEEP), mettono in evidenza un limite strutturale delle politiche climatiche europee, oggi concentrate quasi esclusivamente sui gas serra generati entro i confini dell’Unione.

I numeri restituiscono la dimensione del fenomeno. Nel 2023 le emissioni generate lungo le catene produttive globali per soddisfare i consumi dell’Unione europea, indipendentemente dal luogo in cui sono state effettivamente rilasciate, hanno raggiunto 4,05 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, un valore superiore del 21% rispetto ai 3,3 miliardi di tonnellate prodotti all’interno del territorio comunitario. La stessa proporzione si conferma nel dato pro capite, pari a 9 tonnellate per abitante contro 7,4. Nel calcolo dell’impronta complessiva dei consumi, alle emissioni territoriali si aggiungono così 1,4 miliardi di tonnellate incorporate nelle importazioni, a fronte di 700 milioni di tonnellate sottratte grazie alle esportazioni. Nel confronto internazionale, l’Unione europea si colloca al quarto posto mondiale per impronta climatica complessiva legata ai consumi, dopo Cina (14,12 miliardi di tonnellate), Stati Uniti (6,89) e India (4,29); se si considerano le sole emissioni importate, sale invece al terzo posto, alle spalle di Cina e Stati Uniti, che presentano valori pressoché equivalenti (rispettivamente 1,62 e 1,61 miliardi di tonnellate). Queste tre economie concentrano insieme il 42,5% delle emissioni importate a livello globale, con una differenza sostanziale: Unione europea e Stati Uniti sono importatori netti di emissioni, mentre la Cina rappresenta il principale esportatore netto.

La geografia di provenienza delle emissioni importate dall’Unione risulta piuttosto concentrata. Nel 2023 la Cina ha generato da sola circa 370 milioni di tonnellate di CO2 equivalente per la produzione di beni e servizi destinati al mercato europeo, quasi un quarto del totale proveniente da Paesi extra-UE. Seguono, a distanza significativa, gli Stati Uniti (95 milioni di tonnellate) e la Russia (88 milioni). Oltre un terzo delle emissioni importate proviene tuttavia da Paesi esterni al G20, spesso dotati di minori risorse finanziarie e tecnologiche per intraprendere percorsi di decarbonizzazione. Sul piano settoriale, la produzione di energia (27%) e le attività minerarie e di estrazione del gas fossile (24,4%) concentrano da sole oltre la metà delle emissioni importate complessive.

Il fenomeno mostra inoltre una distribuzione molto eterogenea tra gli Stati membri. A Malta le emissioni importate risultano circa cinque volte superiori a quelle generate nel territorio nazionale, mentre in Lettonia e Belgio superano l’intera impronta territoriale del Paese. Grecia, Bulgaria e Polonia presentano invece un profilo opposto, configurandosi come esportatori netti di emissioni. Anche l’Italia risulta un importatore netto: nel 2023 l’impronta climatica dei consumi italiani ha raggiunto 534,56 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, circa il 35% in più rispetto ai 397,09 milioni prodotti entro i confini nazionali, con emissioni incorporate nelle importazioni pari a 236,21 milioni di tonnellate, a fronte di 98,73 milioni associati alle esportazioni.

Per l’IEEP, questi dati mettono in luce alcuni limiti evidenti dell’attuale impianto normativo europeo. La legge europea sul clima, che fissa gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2040 e la neutralità climatica entro il 2050, considera infatti soltanto i gas serra prodotti all’interno del territorio dell’Unione, così come il sistema di scambio delle quote di emissione (EU ETS). Ne deriva un paradosso non trascurabile: l’Unione europea può migliorare formalmente il proprio bilancio climatico trasferendo all’estero le produzioni a maggiore intensità emissiva, continuando al contempo a consumare gli stessi beni attraverso le importazioni. Le emissioni escono così dai conti europei, ma continuano a essere generate altrove, contribuendo comunque al riscaldamento globale: guardando alle sole emissioni territoriali, l’Unione può apparire più vicina ai propri obiettivi climatici di quanto non risulti considerando anche le emissioni generate all’estero per soddisfare la propria domanda di consumo.

Alcuni strumenti già esistenti intervengono parzialmente su questo fronte. Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) applica un prezzo alla CO2 incorporata in determinate categorie di merci importate, con l’obiettivo di neutralizzare il vantaggio competitivo rispetto alla produzione europea, mentre i regolamenti su progettazione ecocompatibile, deforestazione e due diligence agiscono indirettamente sulle catene di fornitura. L’IEEP definisce tuttavia questi strumenti parziali: in assenza di un sistema unitario, l’Unione continuerà a non intervenire in modo organico sulla quota di emissioni generata al di fuori dei propri confini.

Misurare le emissioni importate rappresenta quindi soltanto il punto di partenza: per tradursi in risultati concreti, tali dati dovrebbero essere integrati negli obiettivi e nei processi decisionali europei. L’IEEP propone di mantenere la contabilità territoriale su cui si fonda anche l’Accordo di Parigi, affiancandole tuttavia indicatori basati sui consumi all’interno della legge europea sul clima, dell’obiettivo di decarbonizzazione al 2040 e dei Piani nazionali per l’energia e il clima. Suggerisce inoltre di rafforzare il CBAM, estendendolo ai prodotti trasformati e ai beni di consumo delle filiere a maggiore intensità emissiva, e di integrare questo sforzo con il futuro Circular Economy Act, il regolamento Ecodesign, la direttiva sulla due diligence e il regolamento contro la deforestazione (EUDR). Un ulteriore fronte d’azione riguarda la domanda, attraverso la promozione di prodotti più durevoli e riparabili, il rafforzamento della responsabilità dei produttori e l’orientamento degli acquisti pubblici verso beni a minore intensità di emissioni incorporate. L’ultima raccomandazione riguarda infine la qualità dei dati e la cooperazione internazionale: l’Unione dovrebbe rendere più tempestiva e granulare la misurazione dell’impronta dei consumi, accompagnando le eventuali misure commerciali con finanziamenti climatici e trasferimenti tecnologici, per evitare di scaricare i costi della decarbonizzazione sui Paesi esportatori meno attrezzati per sostenerli.

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