I piani di transizione climatica stanno diventando la norma, non più l’eccezione, tra le grandi aziende europee. Secondo il 2026 State of Play Report pubblicato da EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group), la quota di imprese che dichiara di possedere un piano di transizione climatica è salita al 69% nell’esercizio 2025, contro il 55% del ciclo di rendicontazione precedente. Un balzo di 14 punti percentuali, confermato anche restringendo il confronto alle sole aziende presenti in entrambe le rilevazioni.
Lo studio, che analizza il secondo anno di applicazione degli ESRS (European Sustainability Reporting Standards), ha esaminato 905 dichiarazioni di sostenibilità relative all’esercizio 2025, tutte sottoposte ad assurance di terzi in linea con la CSRD, valutandole attraverso un set strutturato di 18 domande che copre l’intera ampiezza degli standard.
Guardando ai singoli Paesi, la Spagna guida la classifica con l’89% di adozione, seguita da Francia (85%) e Danimarca(81%). Sul fronte settoriale, il real estate segna il dato più alto in assoluto, con il 95% delle aziende dotate di un piano, davanti ai servizi amministrativi e di supporto all’82%. Tra le istituzioni finanziarie sono invece le banche a guidare la classifica, con il 78% che dichiara di averne uno strutturato.
Fin qui, i numeri raccontano una transizione dalla rendicontazione volontaria alla prassi diffusa. Ma è proprio quando si scava sotto la superficie che il quadro si complica. Solo il 57% delle aziende dichiara obiettivi di decarbonizzazione, sia di breve sia di lungo periodo, realmente coerenti con il contenimento del riscaldamento a 1,5°C: un dato che EFRAG segnala essere 12 punti percentuali sotto il tasso di adozione dei piani in generale. In altre parole, avere formalmente un piano di transizione non equivale ad avere un piano allineato agli scenari scientifici di riferimento: più di un terzo delle aziende che dichiara un piano non riesce a dimostrarne la piena coerenza climatica.
Il report offre anche una fotografia sulla copertura tematica degli obiettivi dichiarati. Il 98% delle aziende riporta almeno un target climatico, e l’82% include un obiettivo specifico sulla propria forza lavoro. Molto più debole risulta invece la copertura di temi come inquinamento, acqua, biodiversità, comunità coinvolte e lavoratori lungo la catena del valore, aree che EFRAG segnala come probabile terreno di scrutinio crescente nei prossimi cicli di rendicontazione. Cresce di pari passo l’attenzione verso i consigli di amministrazione, sempre più chiamati a rispondere a una domanda scomoda: le valutazioni di doppia materialità orientano davvero l’allocazione delle risorse aziendali, o restano un esercizio di reporting che non tocca le decisioni operative?
Un ultimo dato riguarda il collegamento tra sostenibilità e remunerazione dei vertici. Il 63% delle aziende ha integrato obiettivi ESG negli schemi di incentivazione del management, lasciando però un 37% ancora privo di qualsiasi legame formale tra performance di sostenibilità e retribuzione variabile. Anche qui la Spagna guida con il 92%, seguita da Francia (90%) e Germania (84%), mentre tra i settori il manifatturiero comanda con il 74%.
Preso nel suo insieme, il report di EFRAG racconta due velocità diverse dello stesso fenomeno. Da un lato la forma: sempre più aziende si dotano di un piano di transizione, lo integrano nella governance, lo collegano agli incentivi manageriali. Dall’altro la sostanza: pochi di questi piani superano davvero il test di coerenza con 1,5°C, e alcuni temi materiali, dalla biodiversità ai lavoratori di filiera, restano ancora ai margini della rendicontazione. È una distanza che nei prossimi anni difficilmente potrà continuare a passare inosservata: con l’assurance dei revisori destinata a farsi più stringente e gli investitori sempre più abituati a leggere questi numeri, il vero banco di prova per le aziende europee non sarà più dichiarare di avere un piano, ma dimostrare che quel piano regge davvero al confronto con la scienza del clima.