Il mercato ha risposto con un afflusso di ordini fuori dal comune alla nuova emissione di debito sostenibile italiano. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha collocato 8 miliardi di euro del nuovo BTP Green con scadenza al 30 ottobre 2038, raccogliendo richieste per oltre 110 miliardi di euro, secondo alcune ricostruzioni fino a 112 miliardi: un rapporto tra domanda e offerta compreso tra le 13 e le 14 volte l’importo collocato, tra i più elevati mai registrati per un’emissione sovrana italiana. A pesare in modo particolare è stata la componente ESG del collocamento, che da sola ha assorbito circa l’80% dei titoli assegnati, confermando l’interesse strutturale degli investitori istituzionali verso il debito pubblico a impatto ambientale.
Le condizioni finanziarie del titolo, che gode a partire dal 29 settembre 2026, prevedono una cedola annua del 4,40%, corrisposta in due tranche semestrali il 30 aprile e il 30 ottobre di ogni anno, con una prima cedola “corta” pari allo 0,372678% in ragione dei soli 31 giorni di maturazione iniziale. Il prezzo di emissione, fissato a 99,591, si traduce in un rendimento lordo effettivo del 4,492% alla data di collocamento, con regolamento dell’operazione avvenuto contestualmente al godimento della cedola.
A colpire, oltre ai volumi, è anche la platea di sottoscrittori coinvolta: più di 330 investitori provenienti da oltre 35 Paesihanno partecipato all’operazione, con gli acquirenti esteri che hanno rappresentato quasi tre quarti del totale collocato (74,7%). Tra le categorie di investitori, il ruolo predominante è stato giocato dai gestori di fondi, che hanno assorbito oltre un terzo dell’emissione (37,3%), seguiti dagli istituti bancari (29,7%) e da banche centrali e organismi governativi (20,8%), mentre fondi pensione e compagnie assicurative si sono fermati al 10% e gli hedge fund a un marginale 2,2%, segno di un collocamento orientato soprattutto a investitori con orizzonti di lungo periodo piuttosto che a operatori speculativi.
Sul fronte geografico, sorprende che sia stato il Regno Unito, e non l’Italia, il principale mercato di provenienza degli ordini, con una quota del 29,7%, appena sopra il 25,3% riconducibile a investitori domestici. Seguono i Paesi scandinavi (8,5%), l’area iberica (8,3%) e il Medio Oriente (8,1%), mentre Germania, Austria e Svizzera si fermano al 4%, la Francia al 3,9% e il Benelux al 3,1%: una distribuzione che testimonia un interesse geograficamente ben distribuito, ben oltre i confini dell’Eurozona. A gestire il collocamento è stato un pool di sei banche internazionali, Barclays Bank Ireland, BNP Paribas, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo, J.P. Morgan SE e Société Générale, il cui contributo diretto come capofila avrebbe sfiorato, secondo alcune stime, i 3 miliardi di euro complessivi, affiancate dagli Specialisti in titoli di Stato italiani nel ruolo di co-lead manager.
L’operazione non nasce isolata, ma si inserisce in un programma di emissioni verdi che l’Italia porta avanti dal 2021, anno in cui il Tesoro collocò il primo BTP Green della propria storia. Da allora la curva dei titoli verdi italiani si è progressivamente arricchita: sul MOT di Borsa Italiana sono oggi negoziabili cinque BTP Green a tasso fisso, con cedola semestrale e rimborso alla pari in un’unica soluzione a scadenza, e il nuovo titolo al 2038 va a colmare lo spazio finora scoperto tra le scadenze del 2037 e del 2045, aggiungendo così una sesta maturità alla serie complessiva. Il disegno della curva risponde a una logica precisa: offrire al mercato punti di riferimento lungo tutto lo spettro delle durate, dal breve al lunghissimo termine, replicando per il debito verde la stessa architettura già collaudata sul mercato dei titoli di Stato tradizionali.
Quanto alla destinazione dei fondi raccolti, l’operazione si muove nel solco del Quadro di riferimento per l’emissione dei titoli di Stato Green, aggiornato dal MEF nel dicembre 2025, che vincola i proventi a un ventaglio di spese pubbliche qualificate come ambientalmente sostenibili e ripartite in sei categorie: energia rinnovabile, efficienza energetica, trasporto sostenibile, resilienza climatica e ambientale, tutela di acqua e biodiversità, e ricerca scientifica in ambito ambientale. Proprio la tutela delle risorse idriche rappresenta una new entry rispetto all’impianto originario del 2021, che non la contemplava esplicitamente tra le categorie ammissibili.
Un’indicazione concreta di come vengano effettivamente spesi questi fondi arriva dal Rapporto 2026 su Allocazione e Impatto, pubblicato dal MEF lo scorso giugno, che ricostruisce l’impiego di circa 13,6 miliardi di euro raccolti con i BTP Green emessi nel 2025. Di questi, circa 6 miliardi sono stati destinati a incentivi fiscali per l’efficienza energetica degli edifici, in gran parte privati, mentre una quota consistente è confluita nel comparto dei trasporti, tra manutenzione ed elettrificazione della rete ferroviaria, realizzazione di nuove tratte ad alta velocità, autobus elettrici e incentivi al rinnovo del parco veicolare. Le fonti rinnovabili, va segnalato, hanno finora assorbito una quota assai più contenuta delle risorse, poco più dell’1% del totale, sotto forma di agevolazioni per l’energia autoprodotta e autoconsumata: un dettaglio che ridimensiona l’immagine, spesso associata a questo genere di titoli, di un collegamento diretto e immediato con nuovi impianti fotovoltaici o eolici.
Per l’emissione 2026, il grosso delle risorse dovrebbe seguire una traiettoria simile, con priorità assegnata alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici e al comparto dei trasporti, dove il Tesoro ha specificato che i fondi copriranno la realizzazione di nuove infrastrutture ferroviarie, l’elettrificazione di linee esistenti, gli interventi di manutenzione straordinaria orientati a innalzare gli standard di sicurezza e qualità del servizio, oltre a misure più ampie di sostegno alla mobilità sostenibile. La selezione delle spese ammissibili segue un criterio temporale preciso, che guarda ai tre esercizi di bilancio precedenti l’emissione e a quello immediatamente successivo, privilegiando quando possibile le spese più recenti: per il 2026, i conteggi si basano sugli stanziamenti approvati e sui dati storici relativi ai pagamenti effettivamente eseguiti dallo Stato.
Il successo di questa emissione, va detto, si inserisce in un contesto di finanza pubblica italiana non privo di criticità: l’ISTAT ha confermato pochi giorni prima del collocamento che il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del PIL, con l’Italia ancora formalmente in procedura d’infrazione europea. Che il mercato abbia comunque risposto con una domanda così elevata, e a un costo del debito relativamente contenuto rispetto alle attese, suggerisce che l’etichetta “green” continui a rappresentare per il Tesoro italiano una leva efficace per allargare e diversificare la platea dei propri creditori, anche in una fase di finanza pubblica sotto osservazione.