Per la prima volta un’analisi economica mette insieme, in un’unica valutazione, i benefici delle politiche di riduzione delle emissioni climalteranti e quelli della lotta all’inquinamento atmosferico, dimostrando che agire simultaneamente sulle due crisi produce un ritorno superiore alla somma delle loro gestioni separate. È il risultato del rapporto “Risorse nascoste: il caso economico e sanitario dell’azione per il clima e l’aria pulita”, elaborato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) insieme alla Climate and Clean Air Coalition (CCAC), pubblicato in occasione della Giornata internazionale dell’aria pulita per un cielo azzurro. Il dato centrale dello studio è netto: ogni dollaro investito nelle 25 soluzioni integrate individuate dal rapporto genera circa 15 dollari di benefici economici, con un tasso interno di rendimento del 60%, mentre il costo dei ritardi nell’attuazione può tradursi in oltre 1.500 miliardi di dollari di benefici persi ogni anno.
“Per troppo tempo abbiamo considerato l’azione per il clima come un costo da gestire e l’inquinamento atmosferico come la sfortunata conseguenza dello sviluppo. Questo rapporto dimostra il contrario: l’aria pulita è un fattore chiave per lo sviluppo, la salute, la sicurezza alimentare ed energetica e la stabilità climatica, una risorsa in cui dobbiamo investire”, ha dichiarato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, aggiungendo che le soluzioni comprovate esistono già e che ciò che manca è una leadership decisa da parte di governi, istituzioni finanziarie e imprese, capace di attuarle con la rapidità e il coordinamento che la crisi richiede.
Le 25 misure individuate dallo studio si applicano a sei settori: sistemi energetici e dei combustibili fossili, industria, trasporti, agricoltura e sistemi alimentari, cottura e riscaldamento residenziale, gestione dei rifiuti. Tra gli interventi previsti figurano l’ampliamento delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, la diffusione di soluzioni pulite per cottura e riscaldamento, standard più rigorosi su emissioni ed efficienza dei veicoli, l’elettrificazione dei trasporti e l’adozione di carburanti marittimi a basso tenore di zolfo, il recupero del gas associato per porre fine allo sfiato e al flaring di routine, una migliore gestione di bestiame, letame e fertilizzanti, il miglioramento delle tecniche di coltivazione del riso, una gestione più efficiente di rifiuti solidi e acque reflue, e la graduale eliminazione degli HFC.
Se le 25 soluzioni venissero implementate immediatamente, i benefici economici raggiungerebbero l’equivalente del 2,8% del PIL globale nel 2035, del 4,5% nel 2050 e dell’11,4% nel 2100. L’investimento iniziale richiesto, stimato in circa 1.500 miliardi di dollari entro il 2030, si concentrerebbe per due terzi sulle quattro soluzioni climatiche di lungo periodo e per un terzo sulle restanti 21 misure a beneficio più immediato su clima e qualità dell’aria; tale quota, secondo le proiezioni, scenderebbe fino a circa lo 0,5% del PIL entro la fine del secolo. Il rapporto tra benefici e costi di 15 a 1 include sia benefici di mercato, come minori spese sanitarie e minori perdite di produttività, sia benefici non di mercato, legati al valore attribuito alla riduzione delle morti premature e al miglioramento della qualità della vita: considerando i soli benefici misurabili sul mercato, il valore attuale netto resta comunque circa quattro volte superiore ai costi.
Una parte determinante di questo ritorno economico proviene dalla dimensione sanitaria. Nel 2025 PM2,5 ambientale e ozono sono stati associati a 6,4 milioni di morti premature nel mondo, equivalenti a circa 91 milioni di anni di vita persi, mentre l’esposizione al PM2,5 negli ambienti domestici, legata soprattutto all’uso di combustibili solidi per cucinare, avrebbe provocato altri 2 milioni di morti premature, quasi 300.000 delle quali tra i bambini. Il peso sanitario si estende anche alle patologie croniche: nel solo 2025 il PM2,5 ambientale è stato associato a 5,5 milioni di nuovi casi di asma infantile, 4,2 milioni di infarti, 3,8 milioni di casi di broncopneumopatia cronica ostruttiva, 3,3 milioni di casi di diabete di tipo 2, 2,5 milioni di ictus, 2 milioni di casi di demenza e circa 500.000 casi di tumore al polmone. Le concentrazioni di PM2,5 sono peraltro destinate ad aumentare ulteriormente, passando dal 27% del 2025 al 34% entro il 2050 in assenza di intervento. L’attuazione delle 25 soluzioni eviterebbe invece il 60-70% dell’onere sanitario complessivo dell’inquinamento atmosferico ogni anno, prevenendo fino a 144 milioni di morti prematurecomplessivamente attribuibili all’esposizione al PM2,5 ambientale e domestico e all’ozono, oltre a centinaia di milioni di casi di malattie croniche: 62 milioni di casi di asma infantile, 87 milioni di infarti, 63 milioni di casi di BPCO, 56 milioni di casi di diabete, 45 milioni di ictus, 36 milioni di casi di demenza e 7 milioni di tumori polmonari.
I benefici ambientali risultano altrettanto significativi. Entro il 2050 le 25 soluzioni potrebbero dimezzare le emissioni globali di CO2, ridurre il metano del 60% e tagliare del 70% il carbonio nero e i precursori del PM2,5, tra cui anidride solforosa e ossidi di azoto; entro il 2100 la CO2 arriverebbe a emissioni nette negative, e i precursori del PM2,5 potrebbero diminuire fino all’85%. Sul piano climatico, l’attuazione immediata del pacchetto eviterebbe circa 0,34°C di riscaldamento entro il 2050 e 1,4°C entro il 2100, rispetto allo scenario di riferimento indicato dal rapporto, con un beneficio in termini di temperature inferiori registrato in tutte le regioni analizzate.
Il rendimento dell’azione, tuttavia, varia in modo sostanziale a seconda delle aree geografiche considerate. Il rapporto indica un rapporto benefici-costi di 26 a 1 in Africa meridionale, 21 a 1 in Asia meridionale e 11 a 1 nell’Africa subsahariana, contro un più contenuto 3 a 1 nell’Unione europea, nei Paesi EFTA e nel Regno Unito. Tale differenza riflette soprattutto la maggiore esposizione ai rischi sanitari e climatici delle economie meno ricche, dove si concentra circa il 95% delle morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico, un dato che rende l’azione su clima e aria pulita particolarmente redditizia proprio nei contesti con minore capacità di investimento.
L’incognita reale, conclude lo studio, non riguarda quindi la disponibilità delle soluzioni tecniche, quanto la velocità della loro attuazione. Il rapporto stima ritardi medi globali compresi tra 7,5 e 8 anni, dei quali circa 2,4 anni riconducibili alle sole barriere istituzionali, su un ipotetico periodo di implementazione di 15 anni. Un ritardo di questa entità può quasi dimezzare le riduzioni di emissioni ottenibili entro il 2035, e i benefici andati perduti nel breve periodo, avverte l’UNEP, non possono essere pienamente recuperati con interventi più aggressivi negli anni successivi. Il rendimento dell’investimento climatico e sull’aria pulita esiste già, in altre parole, sulla carta: trasformarlo in valore economico effettivo richiede il superamento dei silos istituzionali, la mobilitazione di capitali adeguati e un’accelerazione concreta nell’attuazione delle soluzioni già disponibili.