Per la prima volta nella storia energetica cinese, la capacità installata di energia solare ha superato quella del carbone. Lo ha reso noto l’Amministrazione nazionale per l’energia di Pechino, precisando che alla fine di luglio 2026 gli impianti fotovoltaici del Paese avevano raggiunto 1,286 miliardi di chilowatt di potenza installata, diventando così la prima fonte energetica cinese in termini di capacità, davanti al combustibile fossile che per decenni ne ha sostenuto la crescita industriale.
Il dato richiede una lettura attenta. Il margine con cui il solare ha superato il carbone resta contenuto, segno che lo slancio delle rinnovabili in Cina è concreto ma non ancora consolidato in modo definitivo. Va inoltre precisato un aspetto tecnico rilevante: la misurazione riguarda la potenza installata, ossia la capacità produttiva teorica degli impianti, e non la produzione effettiva di elettricità, che per il fotovoltaico dipende dalle ore di irraggiamento disponibili, mentre una centrale a carbone può operare con continuità nell’arco delle 24 ore. Il comunicato dell’Amministrazione nazionale per l’energia non fornisce, del resto, un confronto diretto tra la produzione reale delle due fonti, ma indica che quella da solare è cresciuta del 15,5% nei primi sette mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La rilevanza del dato va inquadrata nel contesto delle emissioni globali. La Cina, con oltre 1,4 miliardi di abitanti, resta il maggiore emettitore mondiale di gas serra in termini assoluti, sebbene il dato pro capite risulti più elevato negli Stati Uniti, nonostante una popolazione di soli 340 milioni di persone. Per decenni il carbone ha rappresentato, con ampio margine, il pilastro della produzione elettrica cinese: il sorpasso registrato oggi dal fotovoltaico in termini di capacità installata costituisce quindi un indicatore significativo, con implicazioni dirette sulle prospettive di contenimento del riscaldamento globale entro le soglie fissate dall’Accordo di Parigi. Il fenomeno si inserisce in una tendenza già in atto: nel corso del 2025 la produzione elettrica da carbone in Cina è diminuita del 2%, nonostante un aumento della domanda complessiva di energia, a conferma che la crescita dei consumi viene progressivamente assorbita dalle fonti rinnovabili.
La traiettoria cinese non costituisce un caso isolato nel panorama internazionale. Anche negli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha più volte tentato di rilanciare le fonti fossili attraverso la revisione degli incentivi e del quadro normativo, la crescita delle rinnovabili non ha subito rallentamenti significativi. Secondo un rapporto di Standard & Poor’s, la potenza installata di solare ed eolico negli Stati Uniti dovrebbe aumentare di 45 gigawatt nel corso del 2026, un valore record per il Paese. Il dato, letto in parallelo a quello cinese, indica una dinamica strutturale che trascende le singole politiche nazionali: la progressiva riduzione dei costi delle tecnologie rinnovabili, unita alla rapidità di realizzazione degli impianti solari rispetto alle infrastrutture fossili o nucleari, sta sostenendo la transizione energetica anche in contesti politici non pienamente favorevoli.
Resta da valutare la velocità con cui questo vantaggio, ancora contenuto, si tradurrà in un distacco più marcato. Il fatto che la Cina, il maggiore consumatore di carbone a livello mondiale, abbia raggiunto questo traguardo prima di numerose economie occidentali costituisce un elemento di rilievo: dimostra che la scala industriale necessaria per una transizione energetica di questa portata non rappresenta più un ostacolo strutturale, ma una variabile che, in presenza di condizioni di mercato favorevoli, può evolvere più rapidamente di quanto previsto fino a pochi anni fa.