C’è una novità tecnica, ma dal significato tutt’altro che marginale, nel modo in cui la Banca Centrale Europea gestisce le garanzie che le banche presentano per ottenere liquidità. Dal 15 giugno Francoforte applica un nuovo fattore climatico all’interno del proprio sistema di collaterali, introducendo uno sconto prudenziale aggiuntivo sulle obbligazioni societarie considerate più esposte ai rischi della transizione energetica. In pratica, se una banca porta in garanzia un’obbligazione emessa da un’impresa ritenuta vulnerabile agli effetti economici della transizione, la BCE oggi le riconosce un valore più basso rispetto al passato: non un giudizio sulla solidità dell’azienda, ma una protezione in più contro l’eventualità che il prezzo di quel titolo scenda per effetto di uno shock legato al clima. L’idea di fondo è semplice: il cambiamento climatico non è soltanto un tema ambientale, ma un rischio finanziario a tutti gli effetti, e gli sconti di garanzia tradizionali, basati sui dati storici di mercato, faticano per loro natura a intercettare gli effetti di un fenomeno per cui non esistono precedenti comparabili.
Il nuovo climate factor non sostituisce gli sconti di garanzia già esistenti, ma si somma ad essi, e il suo scopo non è misurare il rischio di credito dell’impresa, cioè la probabilità che non ripaghi il proprio debito, ma stimare quanto il valore di mercato di un’obbligazione potrebbe scendere in caso di uno shock legato alla transizione. La parte più originale della metodologia è che si tratta di un modello interamente predittivo: non esistendo serie storiche sufficienti a descrivere eventi di questa portata, la BCE costruisce per ogni obbligazione societaria un punteggio di incertezza che nasce dalla combinazione di tre elementi. Il primo è il fattore settoriale, che misura quanto un comparto rischi di perdere valore in caso di accelerazione della transizione: settori legati ai combustibili fossili come utility, materiali, trasporti o industria pesante risultano più esposti rispetto, ad esempio, al software o ai servizi digitali. Il secondo è il fattore aziendale, che guarda alla singola impresa all’interno del suo settore considerando emissioni, credibilità dei piani di decarbonizzazione e qualità della rendicontazione climatica, tanto che due aziende dello stesso comparto possono ricevere valutazioni molto diverse. Il terzo elemento riguarda invece la singola obbligazione e si calcola sulla base della sua durata residua, seguendo una logica intuitiva: più lunga è la vita del titolo, più tempo c’è perché gli effetti della transizione si manifestino, e quindi più vulnerabile è considerata l’obbligazione.
Una volta calcolato questo punteggio, la BCE lo trasforma in un coefficiente moltiplicativo che riduce ulteriormente il valore riconosciuto alla garanzia, e l’esempio che la stessa Banca centrale fornisce aiuta a capire la meccanica: un’obbligazione che vale 100 euro, con un haircut ordinario del 10%, scende già a 90 euro, ma se a quel titolo viene applicato un fattore climatico di 0,978 il valore finale diventa 88 euro, due euro di liquidità in meno rispetto a prima per la stessa identica garanzia. L’analisi della BCE mostra differenze piuttosto nette tra i settori: utility, materiali e trasporti tendono a ricevere fattori climatici più bassi, quindi uno sconto più marcato, mentre software e servizi al consumo ottengono generalmente fattori più alti, essendo meno legati ai combustibili fossili. Va detto però che il settore non è tutto, perché anche all’interno dello stesso comparto un’azienda con piani di decarbonizzazione credibili e una rendicontazione di qualità può ottenere una valutazione nettamente migliore rispetto a un concorrente diretto: il fattore climatico, insomma, premia chi si muove per tempo e comunica con trasparenza.
Sul piano pratico, l’effetto immediato della misura dovrebbe restare limitato, dato che il ricorso ai prestiti di rifinanziamento è oggi modesto e le obbligazioni societarie rappresentano solo una quota ridotta delle garanzie utilizzate dalle banche. Il valore della novità è però soprattutto simbolico e strategico: per la prima volta il rischio climatico entra direttamente nella valutazione delle garanzie della politica monetaria attraverso uno strumento quantitativo e orientato al futuro, non più soltanto attraverso analisi qualitative o esercizi di stress test. È un tassello che si inserisce in un percorso avviato da Francoforte negli ultimi anni, dalla decarbonizzazione del portafoglio di obbligazioni societarie fino ai requisiti di disclosure climatica sugli attivi conferiti in garanzia. Il modello, va precisato, non è definitivo: il Consiglio direttivo ha già annunciato che verrà aggiornato periodicamente per incorporare nuovi dati, sviluppi normativi e progressi nelle tecniche di valutazione, un impianto destinato a evolversi insieme alla transizione dell’economia europea e che potrebbe diventare un riferimento anche per altre banche centrali, considerato che anche la Bank of England ha già annunciato l’intenzione di integrare fattori di rischio climatico nella valutazione delle garanzie presentate dagli istituti di credito.