A dieci anni dal lancio del monitoraggio, il bilancio dell’Unione Europea sull’Agenda 2030 racconta una transizione a due velocità. Da un lato le politiche economiche e sociali continuano a produrre risultati misurabili, dall’altro il capitale naturale del continente continua a impoverirsi, nonostante i progressi sul fronte della decarbonizzazione. È quanto emerge dalla decima edizione del rapporto Sustainable Development in the European Union, pubblicato da Eurostat, che misura i progressi dell’Unione verso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite attraverso 102 indicatori, confrontando prevalentemente il periodo tra il 2019 e il 2024-2025.
Il quadro complessivo parla di cinque obiettivi in forte accelerazione, tra cui lavoro dignitoso e crescita economica, riduzione delle disuguaglianze e parità di genere, e altri nove in miglioramento più contenuto, come industria e innovazione o la lotta alla fame. Resta invece fermo l’obiettivo dedicato alle partnership internazionali, mentre due aree segnano un vero arretramento: la vita sulla Terra e l’accesso all’acqua pulita, penalizzate dalla perdita di biodiversità, dalla crescente scarsità idrica e dal peggioramento della qualità delle acque europee.
Il miglior risultato in assoluto riguarda il mercato del lavoro. Nel 2025 il PIL reale pro capite dell’Unione ha toccato i 34.110 euro, in crescita del 5,7% rispetto al 2019, mentre il tasso di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni è salito al 76,1%. Anche sul fronte dell’inclusione sociale i segnali sono positivi: nel 2024 le persone a rischio di povertà o esclusione sociale sono scese a 93,3 milioni, 2,2 milioni in meno rispetto al 2019, anche se il costo dell’abitazione resta un problema concreto, con l’8,2% della popolazione che sostiene spese abitative giudicate eccessive rispetto al proprio reddito. Buoni risultati arrivano anche dall’istruzione: il 44,8% dei giovani tra 25 e 34 anni possiede oggi un titolo terziario, l’abbandono scolastico precoce è sceso al 9,1% e il 60,4% degli adulti europei ha competenze digitali almeno di base.
Sul fronte della parità di genere, la presenza femminile nelle posizioni di senior management è salita al 33,6% nel 2025, quasi sette punti in più rispetto al 2019. Il progresso, però, resta parziale: il divario retributivo tra uomini e donne si attesta ancora all’11,1%, segno che l’accesso più ampio ai ruoli di leadership non si è ancora tradotto in una piena parità economica.
Il capitolo energia e clima mostra risultati incoraggianti ma non ancora sufficienti. Il consumo di energia primaria è diminuito dell’11,8% rispetto al 2019, la quota di rinnovabili sul consumo finale lordo ha raggiunto il 25,2% nel 2024, e le emissioni nette di gas serra continuano a scendere, avvicinando l’Unione all’obiettivo normativo di un taglio del 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Il problema, sottolinea Eurostat, è che questi progressi climatici non bastano a compensare il deterioramento degli ecosistemi naturali.
È qui che si concentra il nodo più critico del rapporto. Le foreste coprono ancora il 39% del territorio europeo, ma gli indicatori sullo stato degli ecosistemi continuano a peggiorare: l’indice degli uccelli comuni è ulteriormente sceso rispetto al 2019, mentre quello delle farfalle di prateria è calato di 9,3 punti, fermandosi a 52,7 nel 2024. In parallelo cresce la pressione sulle risorse idriche: nel solo 2024 gli episodi di siccità hanno interessato 232.416 km² di territorio europeo, un segnale netto dell’aumento della vulnerabilità idrica del continente. È la prova, spiega il rapporto, che la lotta al cambiamento climatico non sta ancora prevenendo il declino degli ecosistemi che dovrebbe proteggere.
Anche sul piano della governance internazionale i progressi restano deboli. L’aiuto pubblico allo sviluppo resta fermo allo 0,50% del reddito nazionale lordo, mentre il debito pubblico medio degli Stati membri ha raggiunto l’81,7% del PIL, un livello superiore a quello pre-pandemia. Per Eurostat, questi dati indicano che la capacità istituzionale europea e gli strumenti di cooperazione internazionale non stanno evolvendo con la stessa rapidità osservata in altri ambiti della sostenibilità.
Il messaggio che emerge, a dieci anni dall’inizio di questo monitoraggio, è quello di un’Europa che cresce ma non ancora in modo pienamente sostenibile. Le politiche sociali ed economiche funzionano, il mercato del lavoro si rafforza, l’istruzione avanza. Ma senza un’inversione di rotta su biodiversità, acqua e cooperazione internazionale, tre pilastri spesso trascurati nel dibattito pubblico rispetto al clima, l’Agenda 2030 rischia di restare un obiettivo raggiunto solo a metà.